Notizia sul Governo

Inserito in data:  06/12/2010

Diritto al futuro: lavoro, casa e famiglia

“Diritto al futuro” è il nome di un insieme di misure volte a combattere la condizione di precarietà con la quale i giovani si confrontano giornalmente. L’obiettivo di garantire diritto al futuro alle ragazze e i ragazzi italiani non può prescindere dalla centralità di temi come il lavoro, la casa, la famiglia.

Lavoro

L' Italia sta vivendo anni di forti criticità, la maggior parte delle quali sono di natura strutturale e minacciano conseguenze di larga portata nel medio lungo periodo. Osservato speciale, in quanto indiziato di gravi responsabilità, è il mercato del lavoro, soprattutto riguardo ai giovani, tanto che il tema della precarietà ha assunto una posizione centrale nel dibattito politico e sociologico. Negli ultimi anni, molto sono state evidenziate le conseguenze negative che possono derivare dal lavoro precario e non a torto, perché in condizione di precarietà lavorativa si è tentati di posticipare le decisioni importanti della vita, e di giustificare a se stessi comportamenti privi di utilità per il proprio futuro e di conseguenza per la propria nazione. Il precariato è un male da combattere, su questo non esistono differenti vedute tra le forze politiche. La disputa nasce invece sulla determinazione di cosa si intenda per precariato, sull’individuazione delle cause dello stesso e sugli eventuali rimedi. La prima domanda che dobbiamo porci è: chi sono i precari? Purtroppo, non esiste una risposta univoca a questa domanda. Nessuna forma contrattuale o condizione sociale può essere compresa o esclusa a priori. Esistono lavoratori atipici che non sono propriamente “precari”, in quanto possono contare su una consistente prospettiva di stabilizzazione. Sono invece precari a pieno titolo i disoccupati, molti inoccupati, i lavoratori al nero, ma anche molti liberi professionisti, piccoli imprenditori o commercianti, persino lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, che però percepiscono un salario insufficiente o lavorano per piccole realtà economiche sottoposte ai capricci del mercato. Insomma, precarietà e lavoro atipico sono due insiemi non coincidenti. Concentrarsi sulle forme contrattuali vuol dire affrontare solo una parte del problema e forse nemmeno quella più rilevante.

Per questo motivo, considero un errore imputare al cosiddetto Pacchetto Treu del 1997 la paternità del precariato nel mondo del lavoro. E’ un dato tristemente noto, infatti, che l’Italia è dal dopoguerra lo Stato europeo con la più alta percentuale di lavoro sommerso e il più basso tasso di occupazione. Sono milioni di persone, in prevalenza giovani e donne, e sono precari a tutti gli effetti.

Da qui si arriva al punto più complesso, ovvero la scelta dei rimedi al precariato e alle sperequazioni sociali.
I dati sull’occupazione in Italia tendono a dimostrare che a livello macro economico l’impianto della Legge Biagi ha contribuito ad aumentare il numero complessivo di occupati. Calcoli su base di dati ISTAT ci dicono infatti che con più di 23 milioni di occupati nel 2007 l’Italia ha raggiunto il suo massimo storico, con un conseguente riassorbimento del lavoro sommerso e una riduzione della disoccupazione.
Inoltre, sul totale del lavoro dipendente, circa l’87% è composto da rapporti a tempo indeterminato, percentuale rimasta tendenzialmente stabile nel tempo. Un mercato del lavoro, quindi, che nel complesso sembra funzionare, o quanto meno sembrerebbe migliorato rispetto al passato.

Ciononostante, dobbiamo chiederci perché sia così forte la percezione di instabilità per moltissimi giovani. Le risposte sono molteplici: innanzi tutto consideriamo che anche se in termini percentuali la quota di lavoratori precari è rimasta costante, in termini assoluti questa è aumentata all’aumentare dell’occupazione. Ciò significa che il lavoro atipico è un fenomeno in crescita, pur non essendo un sintomo di malessere per il sistema nel suo complesso. Non vi sono quantificazioni numeriche unanimemente accettate, riporto qui i dati di un recente studio di Natale Forlani che stima il lavoro a termine e quello parasubordinato in 2,7 milioni di lavoratori, di questi, 1,5 milioni, cioè più della metà sono giovani tra i 15 e i 34 anni. Un dato di elevata rilevanza economica e sociale.

A fronte di ciò, la società sembra non volersi adeguare a questa realtà. Non è vero che la percezione negativa della flessibilità sia data dalla indisponibilità a misurarsi, a immaginare un percorso professionale che richiede versatilità. Piuttosto, a fronte di una sempre maggiore flessibilità, nasce nella società un atteggiamento negativo verso chi ha un contratto a tempo determinato. Penso alla questione del credito e al fatto che i primi a non volersi emancipare dal mito del posto di lavoro fisso sono, con il loro atteggiamento, proprio gli istituti di credito.

Alla luce di ciò, il ministero della Gioventù non può che operare nella direzione di una società che si adegua al mercato del lavoro che cambia. Una sfida che non riguarderà solo le politiche del lavoro, ma costituirà la base delle iniziative che avranno come obiettivo il governo la flessibilità.

La precarietà del lavoro giovanile e il rischio di esclusione sociale devono essere affrontati con azioni generali capaci di comprendere ambiti diversi. E’ questo il segnale che ha voluto dare il Governo già in sede di definizione delle deleghe ministeriali, assegnando al Ministero della Gioventù i fondi introdotti nell’art. 1 comma 72 del c.d. Protocollo Welfare (Legge 247/2007) e rivolti ai giovani lavoratori atipici e all’imprenditoria giovanile.

Mi impegnerò affinché questo governo sviluppi strumenti capaci di rendere la flessibilità una finestra di ingresso nel mondo del lavoro piuttosto che una condizione di incertezza permanente. Per questo, con l'intervento del Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, auspico il credito di imposta per chi stabilizza i lavoratori precari, l’introduzione del voucher formativo per i giovani durante i periodi di inattività e strumenti reali di flex security capaci attutire il timore per la flessibilità lavorativa.

Occorre, però, un migliore coordinamento tra formazione e lavoro – penso al tema degli stage e degli apprendistati – e un rafforzamento degli strumenti di collegamento tra domanda e offerta di lavoro, con un maggiore coinvolgimento di strutture pubbliche e private, prime fra tutte le Università.

E' necessario anche garantire la severa applicazione della Legge Biagi nella parte volta a impedire gli abusi e le distorsioni nell’utilizzo di contratti atipici. Penso ai tanti ragazzi che vengono assunti con un contratto a progetto e si ritrovano di fatto a svolgere un lavoro subordinato, o a quelli che vengono assunti attraverso le agenzie interinali e che poi vedono il proprio contratto rinnovato di sei mesi in sei mesi per anni, pur svolgendo la stessa, specifica, mansione.
Infine, occorre anche garantire il diritto all’occupabilità. Riprendo qui una espressione del Ministro Sacconi. I giovani devono essere messi nelle condizioni di lavorare anche quando si tratta di conciliare il lavoro con lo studio, o con esperienze di breve durata nei periodi estivi, in forma saltuaria, senza che ciò debba passare per lavoro nero o irregolare. Su questo reputo molto utile l’utilizzo del ticket per il lavoro accessorio.

Casa

Tema strettamente connesso alla flessibilità del lavoro, è quello delle politiche abitative. Si è detto che la reale sfida dei nostri tempi è riuscire a governare la flessibilità per impedire che questa si trasformi in precarietà, e certo non vi è nulla che rappresenti con maggiore efficacia il senso della stabilità come una casa. Preferibilmente di proprietà, altrimenti presa in affitto purché a un costo sostenibile. Il Piano casa previsto nell’art. 11 del D.L. 112 del 2008, da molti ribattezzato “Manovra d’estate”, risponde proprio all’esigenza concreta e spesso drammatica, di molte famiglie e giovani ai quali oggi è di fatto negato il diritto alla casa. Si tratta di un piano imponente, rivolto alle categorie più esposte della nostra società: famiglie e giovani coppie a basso reddito, anziani, studenti fuorisede, soggetti sotto sfratto e immigrati regolari. Il Piano casa si pone l’obiettivo di recuperare il patrimonio abitativo esistente, costruire nuovi alloggi e garantire una quota di alloggi a canone di locazione convenzionato.

Come avvenuto con i fondi del protocollo welfare citati in precedenza, anche in tema di emergenza abitativa questo Governo ha dimostrato di volere mettere al centro delle principali politiche della Nazione proprio i giovani, tanto da prevedere, per il piano casa, il concerto del ministero della Gioventù all’attività che svolgerà il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per le parti competenti.

Inoltre, mi piacerebbe affiancare al Piano casa, una misura che intervenga a favore di coloro che trovano difficoltà ad ottenere un mutuo bancario per l'acquisto della prima casa perché privi delle garanzie richieste dalle banche. Un obiettivo per il quale immagino sia utile l’istituzione di un apposito fondo di garanzia.

A queste norme occorrerà poi affiancare anche strumenti concreti per sostenere i giovani che affrontano l’onere dell'affitto, anche se non sono d'accordo con chi dice che è meglio sostenere gli affitti perché aiutano la mobilità nel mondo del lavoro. Non è irrilevante la differenza per cui gli affitti sono a fondo perduto, mentre una casa di proprietà è un investimento per la vita.

Famiglia

Abbiamo citato spesso la volontà di sostenere le giovani famiglie. Negli ultimi anni i messaggi che sono giunti dalla classe dirigente italiana hanno indicato nella famiglia un istituto obsoleto, una scelta conservatrice, vecchia. Eppure le giovani generazioni sembrano pensarla in maniera diversa. Continuano a credere nel valore della famiglia inteso come disponibilità a considerare la propria libertà in rapporto al senso di responsabilità verso l’altro che troppo spesso una certa visione ideologica tende a rifiutare.

Ecco, credo che lo Stato debba aiutare chi oggi vuole costruire una famiglia e, soprattutto, credo fortemente che lo Stato non possa abbandonare quei ragazzi e quelle ragazze – autentici eroi quotidiani – che nonostante il lavoro precario e la casa in affitto, decidono comunque di mettere al mondo un bambino. Considero questa la forma più autentica di ribellione e anticonformismo tra i giovani italiani, e penso che l’Italia dovrebbe porre tra le proprie priorità assolute quella di costruire una legislazione capace di aiutare le giovani coppie a vivere la genitorialità come una autentica scelta di libertà e non come un sacrificio, perché non possiamo nascondere che oggi mettere al mondo un bambino terrorizza molti e che mettere al mondo il secondo figlio viene addirittura considerato un lusso.

Sulla scia di altri paesi europei che si sono posti seriamente il problema, anche da noi le politiche a sostegno della maternità e della natalità sono ormai diventate una priorità istituzionale. Se diamo uno sguardo ai livelli di fecondità, il confronto internazionale vede l’Italia – con 1,32 figli per donna – ancora sotto la media dei paesi dell’Unione europea. In Italia non si fanno più figli mentre gli anziani continuano ad aumentare per effetto dell’allungamento della vita.

Così, la fascia attiva della popolazione continuerà a diminuire, e aumenterà il costo di pensioni e spese sanitarie, portando al collasso il nostro sistema di protezione sociale. E’ evidente che andiamo incontro a un vero e proprio terremoto demografico, la cui unica risposta non può essere l’immigrazione. Insisto da tempo su questo tema perché credo che il nostro popolo, a partire dalla classe politica, non si renda conto di quella che è sicuramente una tra le massime criticità del nostro tempo. A questo si aggiunge il fenomeno delle ragazze madri e delle donne sole con figli che si stanno sempre di più affermando come un gruppo sociale esposto ai processi di impoverimento e al limite della marginalità sociale. Anche per queste madri sole è necessario promuovere un sistema di welfare in grado di rispondere alle loro esigenze.

Per questo a partire dall’introduzione del quoziente famigliare fino agli asili nido condominiali già sperimentati in alcune amministrazioni comunali, passando per una maggiore flessibilità nei congedi parentali, considero una priorità assoluta del Governo l’introduzione di una legislazione organica in tema di incentivo alla natalità, e intendo operare di concerto con il Sottosegretario Giovanardi e il Ministro Carfagna – entrambi molto sensibili alla tematica – perché queste misure possano progressivamente essere varate. Si tratta senz’altro di un’azione complessa e impegnativa anche dal punto di vista del bilancio, che tuttavia avrebbe un ritorno altamente positivo in termini di giustizia sociale e sviluppo economico. Inoltre, il ministero della Gioventù intende promuovere una maternità responsabile con il fine primario di contrastare la superficialità e l’inconsapevolezza che spesso sono alla base anche di fenomeni drammatici come l’interruzione volontaria di gravidanza tra le giovanissime. In questa ottica immagino la possibilità di promuovere campagne di educazione alla sessualità rivolte ai giovani tra i 12 ed i 18 anni, realizzate con il coinvolgimento delle consulte degli studenti, del mondo delle associazioni e degli enti competenti.

6/12/2010

 


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